Era solo un sogno

Era solo un sogno

Sentivo la sua bocca calda e sensuale,
la lingua che la esplorava avida e rispondeva d’impulso,
premendomi i seni contro il petto e accarezzandomi la schiena.
Anch’io mi sentivo in preda a sensazioni travolgenti,
a un desiderio nuovo e appassionato.
La mia mano si insinuò a cercarle i seni,
a carezzarle la pelle morbida e calda
e il fremito di piacere la attraversò
come una scarica elettrica.
Poi improvvisamente un lampo.
Un tuono mi svegliò.
Era tutto un sogno,
un magnifico sogno,
infranto da un miserabile tuono
che mi aveva riportato alla realtà.

Speranza

Speranza

È più di un’ora che

questa notte ti guardo,

mentre riposi accanto a me.

Con i tuoi capelli biondi,

così spettinati,

mi sembri ancor più bella.

Mentre il tuo viso accenna un sorriso.

Vorrei stringerti,

poterti baciare,

purtroppo solo con il pensiero lo posso fare.

Ormai da molte sere

non ti lasci avvicinare

con la scusa che

sei preoccupata e continui a pensare

che stai per ingrassare.

Mentre se ti guardo, mi sembri ancora

la ragazzina che incontrai allora.

Anche se soltanto col cuore,

ora ti posso accarezzare.

Spero che qualche volta di più,

il tuo amore mi possa dare.

Racconto in dialetto bresciano

Dopo desnat al lac

Vive ha poc minuc dal lac, quand al laorà al ma la permitiò le semper stat on piaser andagò.
Orò che però so pensionat ogne setemanò ciape la machinò e quase semper al gioede, chel sies ona giornadò fredò o caldò me pase al pomerigio en so compagniò, an do mio apenò quando al piòf.
Ma ferme primò a Desensà, dopo pase ha Maderno, e sare semper la me giornadò ha Limù doe ma sente so su ona predò ad ardà la belesò del lac che ghe le sotò.
An cò le calmo, sò la me destrò ghè òna picola barchetò, doe du ansià pescadur i gha an ma le so cane da pescà, ma la sòmeò òna giornadò trop caldò ed i pes i bocò miò.
E so la me sinistrò ghè tre barche ha velò, ed al vent an chel moment che, al someò dagò lur ònò mà, al vede dale face dè chè le persune che ghè an simò che le rit, le ha come ona freciò quand le pasò sotò de me, le sòmeò come trè grose ale de gabbià.
Orò però al cominciò a deentà scur, è me go de tornà a casò.
Quando comincie ad allontanam me gire per dago on òltòmò ociadò, e ma sòmeò che lac con dele picole onde al vol ricordam e dè miò desmentegam, la setemano dopo de turnà amo per che la viò ha fago on po de compagniò.

Il merlo

Il merlo

Da giorni ero rinchiuso in casa. Avevo atteso tutto l’inverno l’arrivo della primavera, ma quell’anno sembrava non arrivare mai.
Finalmente un mattino il sole inviò i suoi raggi attraverso alcune nuvole. Aprii la finestra, era proprio una magnifica giornata, finalmente era possibile respirare un pò d’aria fresca.
Chiesi a mia moglie di prepararmi in fretta la colazione, quel mattino mi potevo finalmente concedere la tanto agognata passeggiata.
Infilai gli stivali e mi incamminai felice, alla mia età quelle passeggiate erano una vera delizia. Chissà per quanto tempo il buon Dio mi avrebbe permesso ancora di godere di quelle meraviglie della natura.
Lungo il viale vidi alcuni ranuncoli gialli, che cercavano di uscire tra le foglie sparse al suolo, e delle viole che, mescolate ad alcuni fiori selvatici e all’erba verde di un piccolo avvallamento, creavano un panorama che aveva dell’incredibile.
Poco lontano alcuni contadini con i loro trattori iniziavano l’aratura dei campi, mentre alcuni gabbiani li circondavano cercando disperatamente di rubare ai loro stessi compagni i grossi lombrichi che l’aratro portava in superficie.
Imboccai un piccolo sentiero che conduceva ad alcuni enormi alberi, gli ultimi rimasti in quella splendida campagna – alla cui incantevole ombra d’estate mi fermavo spesso a leggere –; ed ero quasi giunto al termine quando il mio sguardo fu attratto da una piccola ombra nera. Sembrava uno straccio sporco disteso ad asciugare al sole.
Mi avvicinai, curioso di capire come potesse rimanere così sospeso, quasi del tutto fermo a circa un metro da terra… io non vedevo alcun filo che lo potesse reggere.
Con sgomento mi accorsi che non era un pezzo di stoffa, ma un povero merlo che cercava disperatamente di liberarsi da una invisibile rete che un imbecille aveva teso tra due alberi.
Subito mi avvicinai e delicatamente cercai di afferrarlo con una mano; il merlo rimase fermo, come capendo che gli stavo portando aiuto. Intanto con l’altra mano iniziai ad allentare delicatamente le maglie della rete che lo tenevano imprigionato, facendo attenzione a non rompere le sue povere zampette.
Con calma e dopo un delicato lavoro ci riuscii.
Mentre controllavo che non avesse nulla di rotto, lui mi guardava con i suoi piccoli occhietti neri, come per capire se l’avevo liberato solo per poi ucciderlo senza pietà. Non era ferito, fortunatamente ero giunto in tempo.
Lo accarezzai a lungo, poi aprii la mano e il merlo con un guizzo prese il volo. Dopo aver fatto un lungo giro sopra le cime di alcuni alberi ritornò e si fermò sul ramo di un albero a pochi metri da me. Come due amici ci guardammo a lungo. Poi io alzai il braccio e con la mano lo salutai. Ripresi il cammino, felice per avere contribuito quel giorno a ridare la libertà a un piccolo amico.

Racconto La banda

La Banda

Mi chiamo Simone. Avevo superato l’esame di maturità da pochi giorni e mi preparavo ad andare in vacanza con i miei genitori. Dover seguire sempre i miei in vacanza era una cosa alla quale avrei rinunciato da tempo. Purtroppo, come ogni anno, anche se il mio desiderio era quello di partire con i miei amici, non mi era permesso.
I miei genitori erano persone all’antica e temevano che per colpa dei miei compagni avrei potuto assumere comportamenti disdicevoli e perdere quei sani valori che fin da piccolo mi avevano insegnato con impegno.
A detta di molti ero un bel ragazzo, ero alto circa un metro e ottanta per settantacinque chili di peso. Anche se le ragazze non mi mancavano, devo ammettere però (usando un’espressione tipicamente femminile) che ero ancora vergine. Non perché non avessi avuto delle occasioni, quelle non mi erano di certo mancate; ma, forse per gli insegnamenti che mi erano stati inculcati, mi ero prefissato di arrivare integro al matrimonio (ammesso che ci fossi mai arrivato…), per poter dare tutto il mio amore alla donna che un giorno sarebbe diventata la mia compagna di tutta la vita.
Dall’ultima vacanza con i miei genitori erano trascorsi alcuni anni. Non mi sembra vero di essere qui a ricordare con tristezza infinita quel periodo della mia esistenza. Sono le nove di sera e sono seduto sul divano. La mia mente ritorna come ogni sera ai ricordi di quel tempo, quando avevo tanta voglia di vivere, quella che purtroppo oggi mi manca. Così trascorro quasi sempre le mie serate: in silenzio. Ma questa sera, per ricordarmi di quei giorni felici e per non cadere in tentazioni più pericolose, ho deciso di raccontare la mia storia, cominciando dai giorni in cui ero pieno di entusiasmo perché ancora non sapevo che dopo pochi anni la mia vita sarebbe cambiata così radicalmente.
Ora ho trentacinque anni, mi sembra quasi impossibile che ne siano trascorsi solo dieci dall’incontro con la ragazza che avrebbe cambiato il corso della mia vita. Davanti al caminetto guardo il fuoco che si sprigiona da alcuni piccoli ceppi di legno, per poi svanire lungo il camino, su fino al tetto. Solo in questi pochi istanti i miei pensieri sembrano lasciarmi tranquillo.
Vorrei andare a dormire, ma ho paura di ricominciare a piangere. Mi succede sempre quando mi sdraio sul letto dove insieme alla mia adorata Daniela ho trascorso lunghe notti d’amore e passione. Questa sera il ricordo mi porta ai giorni felici in cui per la prima volta incontrai la ragazza che mi avrebbe rubato il cuore. Avevo quasi ventiquattro anni e in quel periodo sentivo la mancanza di una donna che mi potesse fare compagnia. Anche se mi affannavo nella ricerca ero certo che, tra le molte ragazze conosciute in quegli anni, non avevo ancora incontrato la donna del mio destino.
Ma di questo non mi preoccupavo, ero ancora giovane.
In quel periodo avevo interrotto gli studi per ragioni economiche, ed ero entrato in una fabbrica come collaudatore. Quel lavoro mi piaceva abbastanza, anche se non era esattamente quello che avrei desiderato; ma il destino aveva scelto così e io mi ero mio malgrado adattato.
I miei genitori premevano affinché mi trovassi una ragazza e mi sistemassi. Non me lo chiedevano espressamente, ma dai loro discorsi capivo che desideravano avere un nipotino con cui trascorrere le loro giornate.
Una sera che mi trovavo da solo in casa, dato che i miei amici erano andati in discoteca, decisi di fare un salto in un paese vicino. In un bar di quel paese incontrai Luca, un mio vecchio compagno di scuola. Dopo esserci fermati a bere una birra per ricordare i vecchi tempi, Luca mi chiese di accompagnarlo in piazza. Quella sera c’era una sagra paesana, e suonava una banda musicale. Decisi di seguirlo.
Dopo avere ascoltato la musica per un po’, decisi che era meglio far ritorno a casa, dato che il mattino dopo dovevo alzarmi abbastanza presto. Mi stavo allontanando, quando da una via laterale vidi arrivare una ragazza bionda, non molto alta, in compagnia di una mora che la superava di qualche centimetro. In un primo momento non le guardai attentamente in viso, ma, comunque colpito dalla loro splendida capigliatura, ebbi l’impressione che dovessero essere due belle ragazze. La curiosità mi spinse allora a cercare di scoprire se la mia sensazione era stata giusta. Per alcuni minuti cercai invano di vedere in volto le ragazze, che si erano fermate a parlare con alcuni giovani, ma non osavo avvicinarmi.
Quando, quasi d’improvviso, la ragazza mora si voltò, il mio sguardo per un breve attimo incrociò il suo. Per me fu come un colpo di fulmine. Sentii il cuore aumentare paurosamente i suoi battiti. Superato il turbamento iniziale mi avvicinai nuovamente al mio amico Luca e gli chiesi se conoscesse quella ragazza mora.
— Certo che la conosco! È mia cugina Daniela, se vuoi te la presento.
Ci avvicinammo e in pochi secondi venimmo presentati. La ragazza era semplicemente meravigliosa, almeno io la vedevo così. Dopo esserci scambiati qualche convenevole le chiesi se fosse possibile rivederla. La risposta fu positiva. La salutai e mi preparai per ritornare a casa. Ero felice di aver ottenuto un appuntamento con lei per il sabato successivo.
Quel sabato ero talmente emozionato all’idea di rivederla, che sebbene l’appuntamento fosse fissato per le otto di sera, alle sei del pomeriggio ero già lì.
La incontrai verso le sette – si vede che anche lei era ansiosa di incontrarmi.
Purtroppo quando venne il momento di iniziare a parlare l’emozione ebbe il sopravvento e le parole non mi uscirono di bocca. Non mi era mai successo. Sembravo davvero un cretino. Ma dopo avere fatto quattro passi lungo un sentiero che portava ad un vecchio cascinale, sembrò che il mio smarrimento stesse lasciando il posto alla gioia. Lei mi parlava come se mi conoscesse da tempo, mentre io rimanevo ad ascoltarla quasi a bocca aperta. Arrivati vicino al vecchio casolare, lei si fermò e dopo avermi guardato (i suoi occhi erano meravigliosi, sembravano due smeraldi, talmente limpidi da vedervi riflesso il mio volto), mi gettò le braccia al collo e mi diede un bacio. Io rimasi immobile come uno stoccafisso, ma non tardai molto a riprendermi da quel torpore ricambiando il bacio appassionatamente. Ne seguirono molti altri.
Verso l’imbrunire tornammo mano nella mano verso il paese. Dopo avere raggiunto casa sua, ci salutammo con un ultimo bacio e decidemmo di rivederci il giorno seguente.

Avevamo appuntamento in un bar del paese dove avremmo potuto ballare al suono di un vecchio jukebox. Quella domenica rimasi a lungo ad attenderla al bar. Il nostro appuntamento era fissato per le quattro, ma alle sei passate non si era ancora presentata, lasciandomi nello sconforto. Cominciai a chiedermi se la sera precedente la bella mora con i suoi baci non mi avesse illuso. E io che già fantasticavo su un amore che sarebbe durato tutta una vita! Che cretino ero stato, come potevo illudermi che una ragazza così bella avesse scelto proprio me? Continuavo a guardare l’orologio mentre questi pensieri mi affollavano la mente, e alcune coppie di ragazzi ballavano un lento.
Avevo la bocca secca ed impastata e mi decisi ad ordinare qualcosa da bere. Mi stavo consolando con un’aranciata, quando due mani si posarono sui miei occhi, e una voce dolce mi chiese in un sussurro:
— Indovina chi sono?
Non stavo sognando. Riconobbi subito la voce di Daniela ma, ancora arrabbiato per il suo ritardo, risposi:
— Dovrei essere un mago per capirlo!
Poi lentamente allontanai dal viso le sue mani e mi girai. Era bellissima. Con un sorriso mi chiese scusa, poi mi prese la mano e mi chiese di ballare con lei. Le risposi di aspettare. Non sapevo ballare i valzer, così mi avvicinai al jukebox e scorsi i titoli che aveva in elenco. Trovai un lento che poteva fare al caso mio, lo selezionai e tornai da Daniela. Era uno dei primi balli in cui stringevo una ragazza tra le braccia, e devo dire che fu un’esperienza meravigliosa.
Sei mesi dopo eravamo sposati. Non mi sembrava vero di essere stato così fortunato.
Da tempo cercavo una donna con cui condividere la mia vita e, proprio quando ormai dubitavo di riuscire a trovarla, una banda di paese mi aveva portato inaspettatamente fortuna.

Dopo il matrimonio facemmo un viaggio di nozze assai breve. Durò solo due giorni. Non avevamo denaro, ma ci eravamo ripromessi che avremmo fatto il nostro vero viaggio di nozze quando la nostra situazione economica sarebbe migliorata. Le nostre giornate erano bellissime. Ogni sera ci coccolavamo abbracciati accanto al caminetto. Ogni anno, per festeggiare il giorno del nostro primo incontro, andavamo in quel piccolo paese ad ascoltare la banda suonare.
Erano quasi tre anni che eravamo sposati e una domenica mattina, mentre ce ne stavamo a letto a chiacchierare, Daniela mi disse che aveva una notizia davvero speciale da darmi. Io già subodoravo quale potesse essere l’argomento.
— Allora… — le chiesi — cosa devi dirmi di così speciale?
— Non so se è una cosa che desideri, mio caro Simone, ma… stiamo per avere un figlio.
Non le feci capire che erano già diversi giorni che mi aspettavo quella notizia, e le risposi:
— Mia cara, è la notizia più bella che potessi darmi, — e l’abbracciai teneramente.
I primi tre mesi trascorsero senza problemi. Daniela era quasi al quarto mese di gravidanza quando sorsero delle piccole complicanze. Per maggiore sicurezza il medico ci disse che sarebbe stato meglio ricoverarla per un paio di giorni in ospedale, per fare dei controlli più approfonditi.
Così un giovedì mattina molto presto portai Daniela all’ospedale. La salutai, avvertendola che sarei ritornato la sera.
La sera, verso le otto, con in mano una scatola di cioccolatini (sapevo che ne era molto golosa) varcai la soglia della sua stanza. Daniela era seduta sul letto, con la schiena appoggiata ad un paio di cuscini. Era sola nella stanza. Mi avvicinai e dopo averle dato un bacio mi sedetti accanto a lei e le chiesi:
— Come sta la mia ammalata?
Lei mi guardò e rimase in silenzio. Poi mi abbracciò e si mise a piangere. Mentre le sue lacrime bagnavano il colletto della camicia, mi sussurrò:
— Scusami Simone, non è stata colpa mia. Non sono stata capace di darti un figlio come desideravi.
Rimasi paralizzato, senza fiato né parole.
Andai in cerca del dottore che l’aveva in cura, per chiedergli come fosse potuto accadere. Chiesi a un’infermiera dove lo potevo trovare, poi mi avviai verso il suo studio. Il medico mi confermò che Daniela aveva avuto un aborto spontaneo; a nulla erano valse le cure che le avevano subito prestato.
Ritornai nella sua stanza per cercare di aiutarla a superare quel triste momento.
Quella era stata la nostra unica delusione.

Volevamo ardentemente un figlio, ma purtroppo il destino ci aveva privato di quella gioia.
Dopo l’accaduto Daniela era cambiata, si era fatta silenziosa. Decisi, allora, di regalarle quel viaggio di nozze che non avevamo ancora fatto, sperando che l’aiutasse a superare quel brutto momento. Sembrava che il viaggio le avesse ridonato quella serenità che aveva perso. La nostra vita tornò alla normalità e trascorremmo un periodo di grande armonia.
Eravamo sempre innamorati come il primo giorno, e anche se non ne parlavamo, speravamo ancora di avere un figlio che purtroppo tardava ad arrivare.
Erano quasi otto anni che eravamo sposati e la speranza di avere un bambino si affievoliva sempre più.
Inaspettatamente un giorno Daniela mi annunciò felice che forse il nostro sogno si stava per avverare. Erano due mesi che non aveva il ciclo e sperava che questa volta il buon Dio avesse ascoltato le nostre preghiere.
Ci recammo in ospedale per fare degli accertamenti. Eravamo ansiosi di sapere se tutto stesse procedendo per il meglio, timorosi di incorrere di nuovo in una dolorosa delusione.
Lei fece le analisi e poi ci mandarono a casa, dicendoci che ci avrebbero comunicato i risultati.
Eravamo felici, come due ragazzi che avevano vinto alla lotteria, ma non sapevamo ancora quello che il Signore aveva in serbo per noi.
Dopo alcuni giorni il medico di Daniela mi telefonò chiedendomi di recarmi da lui: aveva una notizia importante da comunicarmi. Io ero ansioso di sapere se Daniela fosse davvero in attesa di un bambino, o se si fosse trattato solo di un falso allarme.
Purtroppo la notizia che il medico mi diede non era quella che mi aspettavo. Mi fece accomodare e mi disse:
— Simone, devo darti una notizia che certamente non ti farà piacere.
Cominciai a pensare che anche questa volta la gestazione di mia moglie presentasse dei problemi e che non potesse avere il bambino tanto desiderato, ma non mi importava. Avremmo continuato la nostra vita da soli e forse un giorno adottato un piccolo orfanello.
Ma il tenore della notizia fu ben diverso. Durante le analisi fatte in ospedale era risultato che Daniela era affetta da un tumore.
Risposi quasi senza pensare a ciò che stavo dicendo:
— Ti sbagli! Daniela non può avere quello che mi hai detto!
— Mi dispiace, Simone, dover essere proprio io a darti questa terribile notizia. Purtroppo i risultati delle analisi non lasciano dubbi. La diagnosi è esattamente quella che ti ho detto.
Non si erano sbagliati. Daniela pensava di essere incinta e invece aveva un tumore.
— Ora queste malattie non fanno più paura, perché si può guarire, vero dottore? — dissi. Ma la sua risposta fu senza appello.
— Mi dispiace. Il male di Daniela è in uno stato troppo avanzato: non si può fare più nulla. Al momento lei però non prova alcun dolore, ed è meglio non dirle la verità.
Io non accettai questo verdetto e cominciai a portarla in tutti i migliori ospedali alla disperata ricerca di una possibile cura. Purtroppo la risposta era sempre la stessa: era meglio lasciar stare, non intervenire. Un’eventuale operazione le avrebbe causato una maggiore sofferenza a fronte di pochi mesi di vita in più. Non sapevo cosa fare. Non mi sembrava possibile che per la mia Daniela non ci fosse speranza.
Ormai anche lei conosceva la natura del male che l’aveva colpita, ma non sembrava credere di dover morire. La speranza di guarire non l’aveva mai abbandonata, ma ogni giorno la vedevo dimagrire e perdere inesorabilmente le forze. Ero disperato. Com’era possibile che mi stesse lasciando solo? Volevo continuare a vivere al suo fianco, non potevo accettare quello che ci stava accadendo.
Era uno dei primi giorni di maggio. Splendeva un magnifico sole che illuminava con i suoi raggi alcuni cespugli di rose. Daniela da molti giorni non si alzava dal letto. Mentre io ero affacciato alla finestra mi chiese di aiutarla a guardare il nostro giardino, per vedere se le rose fossero fiorite. Le avevamo piantate insieme, alcuni anni prima.
La presi tra le braccia e la portai verso il davanzale.
— Guarda, — mi disse, — forse è ancora presto, ci sono soltanto dei piccoli boccioli rossi, quelli che io amo di più. Quest’anno la fioritura è in ritardo, li potrò ammirare fioriti tra qualche giorno.
Mentre anch’io guardavo i cespugli, la sentii fremere fra le braccia come scossa da un brivido di freddo.
Poi rimase in silenzio, posando la testa contro la mia spalla.
Si sarà addormentata, pensai. La riportai a letto, ma il suo bel viso scivolò lentamente lungo il mio braccio. In quel momento capii che, a soli trentadue anni, il mio amore mi aveva definitivamente abbandonato.
La posai delicatamente sul letto e cominciai a piangere come un bambino. La guardai a lungo: ora che aveva smesso di soffrire il suo viso era ritornato bellissimo, come il giorno in cui l’avevo incontrata.
Erano trascorsi soltanto quattro mesi da quando le avevano diagnosticato il terribile male. La mia Daniela mi lasciò in un giorno di sole e nello stesso momento, nel mio cuore, scese la notte più nera.
Eravamo sposati da otto anni. Ora sono quasi due anni che sono solo, ed ancora non riesco a darmi pace. I miei amici continuamente mi chiedono di uscire, ma io non sono ancora pronto. Preferisco rimanere in casa vicino al caminetto dove insieme a lei trascorrevo le serate.
Anche se quei momenti ora sono lontani, quando mi trovo accanto al tepore di questo fuoco chiudo gli occhi e mi sembra che la mia Daniela, con le sue braccia, mi avvolga di amore e calore. Soltanto quando li riapro mi accorgo che sono solo e ricomincio a piangere.
Questa sera, ricordando gli anni trascorsi insieme, mi sembra di essere ritornato indietro nel tempo, a quando ero felice con lei e non avevo pensieri tristi.
Mentre mi alzo dal divano e mi preparo per andare a dormire, ho solo un ultimo desiderio: spero che mi ritorni ancora la voglia di vivere, come in quei giorni. E prego di trovare una donna che mi possa capire e che mi aiuti a dimenticare, per poter trascorrere il resto della mia vita con un po’ più di serenità.

Racconto Ringo

                                                           

                                                    Ringo

Ciao mio caro amico a quattro zampe,
mentre da solo passeggio lungo questo viale
mi ricordo di te e dei nostri anni trascorsi insieme,
tra tante gioie e poche pene.
Ma il ricordo di te, che davanti a me scodinzolavi felice
quando quel giorno ti ho visto allontanare
ed io non sono riuscito a chiamarti e poterti fermare,
quando un imbecille con la sua automobile
uscì veloce dal suo giardino
segnando così il tuo destino.
Lui si fermò, per un attimo ti guardò
e poi subito se ne andò.
Io ti corsi vicino, ti presi tra le braccia,
tu eri supino
e di corsa ti portai dal medico più vicino,
ma triste era il suo responso:
per non farti più soffrire lui ti doveva far morire.
Mentre lui preparava quella mistura infernale
tu mi guardasti come per dirmi
‘Che fai,
io voglio vivere e non morire, questo tu lo sai’
quando fu pronta la puntura mortale
con le lacrime agli occhi per non vedere in giardino andai,
così come un cretino solo ti lasciai al tuo destino.
Poi ti presi e ti portai a dimora,
sotto il grande pino dove io giocavo da bambino,
e per non dimenticare dove stai
                                  un bocciolo di rosa vi posai.
Ma oggi forse per ricordarmi il tuo grande amore
in quel posto vi è nato un fiore.
Quando lo guardo io penso a te,
ed una grande tristezza entra in me,
ma certamente tu lo sai: io non ti dimenticherò mai.
 
 

Racconto per bambini Ciccia

C’erano una volta due piccoli topolini, uno si chiamava
Timmi, mentre il suo fratellino era detto Ciccia. Lo chiamavano
così perché non la smetteva mai di mangiare ed era
molto, molto grasso.
Dopo la morte dei genitori, avevano iniziato a girare il
mondo, finché non avevano trovato casa vicino ad un supermercato.
Di giorno dormivano, mentre la notte, attraverso
un piccolo buco nel muro, riuscivano a entrare nel supermercato
e a procurarsi del cibo.
Timmi era il fratello maggiore, stava molto attento e
quando mangiava, anche se c’era ancora del cibo di cui approfittare,
smetteva perché non voleva ingrassare, e diceva
sempre anche al fratellino di non mangiare troppo; ma purtroppo
lui non lo ascoltava e continuava a mangiare sempre
di più.
Un giorno il proprietario del supermercato, stanco dei
continui furti di cibo, chiese un consiglio ad un amico su
cosa fare per mettere fine a quella situazione.
CICCIA
L’amico gli propose di prendere Luigi che, ne era certo,
sarebbe riuscito a fare quello che desiderava. Luigi era un
bel gattone, agile e svelto.
Quella sera, Timmi e suo fratello Ciccia erano andati al
supermercato per mangiare; ma, dopo qualche minuto, da
lontano videro apparire la sagoma minacciosa di Luigi.
Timmi, che era magro, fuggì svelto attraverso il buco nel
muro. Anche Ciccia cercò di fuggire, ma era troppo grasso
e, anche se cercava di correre veloce, non fu svelto come suo
fratello. Ma quando da lontano riuscì a vedere il buco nel
muro, cominciò a pensare che oramai anche lui era al sicuro
e che sarebbe riuscito a sfuggire alle pericolose e terribili
grinfie di Luigi.
Ma proprio quando era sicuro di essere in salvo, Luigi,
con un salto, riuscì a catturarlo. Povero Ciccia! Se avesse
ascoltato suo fratello e avesse mangiato di meno! …certamente
sarebbe riuscito a sfuggire al pericoloso gatto.
Questa storia deve far riflettere e ricordare che quando
noi bambini, sulla tavola o all’interno del frigorifero, troviamo
molta roba buona da mangiare, dobbiamo a volte saper
anche rinunciare, perché noi siamo molto ma molto più intelligenti
del povero Ciccia.
Perciò piccoli amici miei, bianchi, rossi, neri o gialli, a
qualcosa bisogna sempre sapere rinunciare se a lungo noi
vogliamo campare.